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VIAGGI E VIANDANTI DELL'ANIMA

LE MARCHE E L'ORIENTE


Autori Vari
a cura di Giuseppe A. Possedoni

Editrice Massimo, Milano - Ottobre 1998

Atti delle giornate di studio svoltesi in primavera/autunno 1997

Che cos’è l’”Oriente” nell’immaginario e nella mentalità occidentali? A volte meraviglioso “altrove”, dimensione arcana e fiabesca, altre volte “porto mistico” o sorgente d’emozione estetica e artistica, altre ancora “trappola” lungo la traiettoria esistenziale di sognatori vogliosi di liberarsi delle proprie radici culturali. Comunque sia, una regione fisica e psichica accessibile da varchi interiori, le cui chiavi si è cercato di girare nel corso delle cinque giornate di studio itineranti sul tema Le Marche e l’Oriente: viaggi, e viandanti dell’anima, svoltesi fra la primavera e l’autunno 1997 ad Ancona, Macerata e San Benedetto del Tronto, a cura dell’associazione culturale Centro Studi Oriente Occidente di Ancona. I cinque appuntamenti hanno costituito un’occasione forse unica per evidenziare il forte legame che connette la regione centroadriatica - testa di ponte di un’Europa non soltanto commerciale - con il Levante. Scopo di questi appuntamenti è stato, fra gli altri, quello che dalle relazioni derivasse anche la spinta ad addentrarsi in un processo di scoperta da compiere come il moderno eroe di un’epica dell’intimo.

Pp. 213 Euro 12,91

 

CIRIACO D’ANCONA E IL SUO TEMPO

VIAGGI, COMMERCI E AVVENTURE FRA SPONDE ADRIATICHE, EGEO E TERRA SANTA


Autori Vari
a cura di Giuseppe A. Possedoni

Edizioni Libreria Canonici, Ancona - Settembre 2002

Atti del Convegno internazionale svoltosi nel Marzo 2000

Ciriaco Pizzecolli nacque ad Ancona, da nobile famiglia nel 1391 e morì a Cremona, secondo i più recenti studi, nel 1452. Fu precursore e padre dell'archeologia e in questa veste tenne davvero alto, fin dai suoi tempi, il nome di Ancona. Fu infatti personaggio molto ricordato già nella sua epoca e ancora oggi studiosi italiani e stranieri ne evidenziano, in studi specialistici, i meriti. Il suo fu in primo luogo un amore sviscerato per gli studi, abbinato a una passione quasi smodata per la ricerca dei monumenti antichi, che egli descrisse e riprodusse in disegni di sua mano. Una ricerca compiuta viaggiando (in tempi nei quali viaggiare presentava difficoltà e pericoli oggi appena concepibili) in terre lontane, tra genti non sempre benevole. La sua figura di errante perpetuo in cerca avida di notizie sul mondo classico e sull'antichissima civiltà egiziana precorre di secoli quella di una altro commerciante, Enrico Schlieman il quale, lasciati i commerci, si dedicò all'appassionata ricerca del mondo omerico. Ciriaco d'Ancona di dedicò alle stesse ricerche or sono più di cinquecento anni, primo tra gli studiosi, in condizioni incomparabilmente più ardue e difficili. Ciriaco iniziò la sua attività dedicandosi con profitto alla mercatura. Ma presto fu attratto dagli studi classici e del mondo classico volle non solo conoscere le lingue, ma anche i luoghi. Le sue numerose peregrinazioni si svolsero, oltre che per l'Italia, in Dalmazia, a Costantinopoli, nelle isole dell'Egeo, in Egitto, dovunque scoprendo e ricopiando lapidi, ritraendo i resti di antichi monumenti, acquistando antichi codici, sculture e medaglie, tutto il ricco ed importantissimo materiale così adunato descrivendo poi nei sei volumi dei Commentari, purtroppo periti nell'incendio che nel 1514 distrusse la biblioteca pesarese di Alessandro e Costanza Sforza, ma utilizzati e lodati dai contemporanei e nei manoscritti donati alla nativa città e perduti, probabilmente, nell'incendio del civico archivio del 1532. E' questa l'interessantissima e singolare figura di erudito e di ardito viaggiatore, tipico rappresentante di un‘antica razza di commercianti e navigatori, dediti ai traffici fortunati, ma anche appassionati della cultura. Io, egli dice, per grande desiderio di visitare tutto il mondo conosciuto, mi sono proposto di esplorare in ogni parte della terra i monumenti dell'antichità, che di giorno in giorno e per il logorio del tempo e per l'incuria degli uomini vanno in rovina e a tradurre per iscritto il ricordo mi sono tutto votato e dedicato. Ciriaco è discepolo di nessuno, come egli stesso si proclamerà poi, ma solo di sé stesso; è soprattutto spontaneamente e naturalmente attratto, quasi in una forma di manìa, di febbre di vedere e di conoscere di affrontare, pur tra le preoccupazioni e le costrizioni della vita pratica, le vie dell'ideale, anche quando nessuna scuola o uomo saggio ce l'abbia indicata.

pagg. 252 € 15,50

 

SIMBOLISMO E SIMBOLISMI

RAFFRONTI, ANALOGIE E DIFFERENZE


Autori Vari
a cura di Giuseppe A. Possedoni

Metauro Edizioni, Fossombrone-Pesaro - Dicembre 2002

Atti delle giornate di studio svoltesi nell’Autunno 2000

I simboli non sono semplicemente immagini o segni statici, rappresentazione di qualcosa di assente. Essi stabiliscono una relazione dinamica, sono comunicativi di relazionalità: in questo senso sono ‘eventi relazionali’, appartengono a una ‘sfera intenzionale’, cioè conducono a una comprensione della realtà che è relazionale, dinamica, orientata a sviluppi. La comunicazione umana, a tutti i livelli e da tutti i punti di vista, si effettua per mezzo di segni e simboli e si stabilisce nella misura – e solo nella misura – in cui il segno e il simbolo agiscono da ponte di unione tra le persone o mettono in comunione con realtà che sono, insieme, assenti e presenti. Il simbolo nell’esperienza umana, nella storia delle religioni, nella vita ecclesiale cristiana, è uno dei temi più frequentati dalla ricerca. Vari aspetti di questo problema sono stati analizzati anche negli incontri di Ancona, i cui contenuti sono riportati in questa pubblicazione. Il ciclo di otto conferenze ha preso in esame e illustrato i criteri sui quali si strutturano le principali tradizioni simboliche d’Eurasia, cristiana, innanzitutto, ma anche indiana e, più in generale, orientale, con richiami anche alla psicologia del profondo, in base alla nozione fontale secondo la quale simbolo è ciò che - al di là della comunicazione verbale e delle possibili miscomprensioni che ne possono derivare - "mette insieme", che ricompone un intero e, in primo luogo, quell’intero costituito dalla comunione dell’uomo con Dio.

pagg. 175 € 10,00

 

SAN FRANCESCO E L’ORIENTE

OLTRE LE PAROLE


Autori Vari
a cura di Giuseppe A. Possedoni

Editrice Messaggero, Padova - Marzo 2003

Atti del Convegno svoltosi nel Maggio 2001

I relatori presentano un quadro esauriente dei rapporti di san Francesco nei confronti di tutto il mondo definito come “orientale”, cioè il mondo islamico, quello delle chiese ortodosse e quello indiano. In particolare si studia il ruolo svolto dalla custodia francescana in Terra Santa in rapporto a Israele. L’introduzione di Giuseppe Possedoni e la conclusione di Tecle Vetrali fanno da cornice a otto interventi di qualificati relatori: I. Mancini, I. Vazquez, B. Pirone, D.M. Jaeger, Y. Spiteris, S. Bejan, D. Dolcini e G. Milanetti. Ne risulta non solo un fedele ritratto di come Francesco si è comportato nei confronti dell’Oriente, con i fatti più che con le parole, ma anche si possono notare singolari coincidenze tra la concezione francescana del mondo e quella espressa ad esempio da Gandhi e incarnata nella vita quotidiana di persone al di fuori del nostro mondo occidentale, eppure sensibili al fascino del santo di Assisi.

pagg. 153 € 10,00

 

ROMANO AMERIO, IL VATICANO II E LE VARIAZIONI DELLA CHIESA CATTOLICA DEL XX SECOLO




Autori Vari
A cura di Giuseppe A. Possedoni

Editrice Fede & Cultura, Verona - Ottobre 2008

Atti del Convegno svoltosi ad Ancona il 9 Novembre 2007

Se l’intelletto non ama, esso perde se stesso, perde il proprio essere ciò che è; tanto quanto l’amore perde se stesso ogniqualvolta non sboccia dall’intelletto, ma dagli affecta (ovvero dalle passioni, dal sopravvento delle circostanze); ogniqualvolta, cioè, sboccia da se stesso, in un impossibile tentativo di autodeterminarsi. Infatti, per l’intelletto partorire solamente se stesso, e non anche amore, e per l’amore nascere per partenogenesi, e non anche da intelligenza circa ciò che si ama, sono entrambi atti (seppure l’uno inverso e opposto dell’altro impropri alle rispettive nature: all’intelletto, infatti, è improprio non sperimentare l’amore che nasce nel momento in cui si conforma all’essere delle cose, alla realtà di ciò che esse veramente sono; mentre per l’amore è improprio pensarsi, ossia sussistere riflessivamente avendo come sola finalità se stesso. “In principio” però “era il Verbo”, e non l’amore, per cui dovrebbe discenderne che la libertà e l’amore umani dovrebbero in primo luogo assecondare il Logos e il suo svolgimento. Tuttavia, questa libertà non autoreferenziale, bensì riferita a un Logos che la fonda, non piace quasi a nessuno; e dal suo rifiuto - che caratterizza in modo soverchiante la contemporaneità - si origina quel sentimento della religione cattolica che, privilegiando il “cuore”, punta tutto sulla solidarietà, sull’amore che tende a sminuire, superare e a lasciarsi alle spalle le posizioni dogmatiche, insegnando, magari, che Dio è in pari misura in tutte le religioni che Lo cercano, ovvero nell’anelito stesso che l’uomo ha di Lui. Sembra, questa, una via liberatoria: libertà, volontà e amore primeggiano e, postisi avanti al Vero (postisi, cioè, innanzi al Logos) e al dogma che razionalmente lo esprime, conferiscono all’uomo una sensazione di sovranità su di sé tale che, talvolta, egli non riesce più a cogliere l’ispirazione dello Spirito che aggiorna la sua comprensione della Parola, e inizia, invece, ad ascoltare unicamente se stesso, giungendo fino al punto di sentirsi libero di cambiare l’essenza stessa della Parola e del portato della Tradizione e, finanche, la propria religione. Ciò - ossia il ritenere che a fondamento di tutto vi sia l’amore - implica un vulnus al Verbo, una distorsione (o “dislocazione”) delle essenze e delle processioni trinitarie, in quanto viene tolta al Verbo la spirazione d’amore (“Credo in un solo Dio ... in un solo Signore Gesù Cristo ... nello Spirito Santo che ... procede dal Padre e dal Figlio ...”). Se, invece, il primato è della Verità (Logos), allora, questa costringe l’amore, la volontà e la libertà a seguirla, a conformarsi alla luce che da essa irradia; si tratta - è evidente - di una via obbligante, perché rende palese all’uomo (sebbene egli resti sempre libero di non curarsene) il senso del proprio dovere. Questa via, di una libertà non autoreferenziale, bensì orientata alla Verità, piace però soltanto agli “infanti”, inquantoché a tutti coloro che aborrono sentirsi “piccoli”, preme anzitutto l’indipendenza del proprio io e del proprio giudizio. Tuttavia, com’è noto, per chi non si fa “piccolo”, come un bambino, è quantomeno incerta l’entrata nel Regno del Cieli. Nel 2007 ricorre il decennale della morte del filosofo cattolico luganese Romano Amerio, di cui - nonostante gli apprezzamenti rivolti alla sua opera da Giovanni Paolo II - sembra vigere una specie di “damnatio memoriae”, con un silenzio praticamente totale sugli esiti, sì opinabili, ma rilevanti, della sua indagine filosofico-teologica. Il Convegno proverà ad analizzare i risultati dei suoi studi, la sua analisi delle vicende della Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II e il suo pensiero circa gli sviluppi del dibattito e del confronto teologici che ne sono seguiti. Il tutto letto alla luce della sua opera principale, Iota Unum.

Pagg. 145 € 20,00